Seminario Maggiore

«Ecco, come l'argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani» (Ger 18,6)

Anche quest’anno, per la comunità di Teologia del seminario è arrivato il tempo per gli Esercizi Spirituali: cinque giorni di silenzio, di ascolto della Parola di Dio, di ricarica e di “stacco” dalla vita di ogni giorno. È un momento così importante che vengono sospese anche le lezioni in Facoltà Teologica.

Solitamente un pomeriggio della settimana mi piace scendere, insieme ad altri miei compagni seminaristi, nei campi del Seminario a giocare insieme con la comunità giovanile una partita a calcio. Il tutto durante uno dei due momenti di ricreazione che i ragazzi condividono durante i pomeriggi.

 

Mi pare di vedere la tua faccia un po’ perplessa, caro lettore, che ti sei imbattuto nel titolo qui sopra e ti sei deciso per affrontare questo articolo. Tranquillo, anche io la prima volta in cui ho sentito parlare di Anglicanorum coetibus non avevo la minima idea di cosa fosse; se, però, ti concederai di assecondare la tua curiosità iniziale, potrai conoscere una realtà della Chiesa particolarmente vivace e stimolante. Ma procediamo con ordine.

La Bibbia giorno e notte. È il titolo di un evento televisivo trasmesso su RAI1 tra il 5 e l’11 ottobre 2008, in cui ininterrottamente per 139 ore si è letta per intero la Bibbia. Una vera maratona dove si sono succeduti diversi lettori, dai volti più o meno noti, di varie confessioni religiose: Benedetto XVI, Carlo Azeglio Ciampi, Giulio Andreotti, Ferruccio de Bortoli e molti altri.

Troppo spesso riduciamo il valore dell’espressione “per sempre” al suo aspetto cronologico. Ovvero, con “per sempre” intendiamo dire soltanto: da oggi fino a quando non esisteremo più. Un tempo indefinito, incognito nelle sue delimitazioni; un tempo incerto, di cui non conosciamo le possibili evoluzioni che potrebbero avvenire. Così il “per sempre” diventa angosciante, perché crediamo che scegliere un “per sempre” significhi di fatto determinare sé stessi definitivamente, una volta per tutte, irreversibilmente.

Quest’estate ho avuto la gioia di vivere un’esperienza missionaria a Beira in Mozambico insieme a
Bryan e Davide, seminaristi di Adria-Rovigo e compagni di corso nel quinto anno di Teologia in
Facoltà a Padova e don Paolo, rettore del loro Seminario. Nelle tre settimane passate nel sud del
continente africano siamo stati ospitati e seguiti da don Maurizio, don Davide e don Giuseppe, i tre
preti delle nostre due diocesi che si trovano in quella terra per svolgere il servizio di missionari fidei
donum nella Chiesa sorella di Beira.
Diverse giornate le abbiamo passate nelle loro parrocchie dove abbiamo potuto entrare in contatto
con una realtà diversa dalla nostra. Soprattutto nella visita agli ammalati e ai poveri, abbiamo potuto
vedere con i nostri occhi lo stato di povertà in cui ingiustamente vivono molte persone; ma anche la
cura che ogni comunità ha per gli ultimi e la vicinanza che essa ha verso chi è impossibilitato a
muoversi o è in uno stato di bisogno, perché quando il prete va a trovare queste persone, non va da
solo, bensì assieme a lui vanno anche alcuni fedeli. Abbiamo potuto sentire la speranza del popolo
mozambicano, poiché dopo tutte le sofferenze che questa gente ha vissuto – in particolare con
l’arrivo del ciclone Idai – non ha mai perso la forza e il coraggio di andare avanti, ma anzi un po’
alla volta cerca di ricostruire il proprio futuro.
In questi giorni abbiamo anche potuto sperimentare l’accoglienza. L’abbiamo saggiata dalle Suore
Orsoline e dai preti e diaconi della Pia Società San Gaetano – entrambe comunità di missionari
vicentini preseti in quel territorio da diversi anni – che ci hanno parlato del loro servizio e
presentato la realtà in cui vivono. Quando siamo stati ospiti di alcuni religiosi e preti locali nei
giorni in cui abbiamo visitato le parrocchie di Gorongosa e Inhaminga nella savana e quelle di Sena
e Chemba lungo il fiume Zambesi. Realtà molto diverse da Beira, in cui operano i nostri fidei
donum. Ma questa ospitalità l’abbiamo sentita soprattutto nelle celebrazioni comunitarie e nel
sorriso della gente del posto, in particolare dei bambini, delle persone povere e ammalate, che
abbiamo incontrato nel nostro cammino. Penso in modo specifico a Vincent, capo di un quartiere e
consigliere comunale, che abita in una delle parrocchie dei nostri preti, il quale quando ci ha accolti
in casa sua ci ha detto: «Casa mia è anche casa vostra».
Un’altra cosa che personalmente mi è rimasta impressa è la fede e la religiosità dei mozambicani.
Mi ha fatto riflettere molto e percepire ancor di più quanto sia importante per la Chiesa – in
particolare per la nostra Chiesa di Vicenza – guardare al mondo con uno sguardo missionario, come
quello degli apostoli. Loro non sono rimasti fermi a Gerusalemme dopo la Pentecoste, ma sono
andati fino agli estremi confini del mondo per portare ad ogni uomo che si trovava nel bisogno
Gesù Cristo e il suo messaggio di salvezza. In questo modo si arricchisce non solo chi riceve il
Vangelo, ma anche chi lo annuncia, perché in tal modo può rendersi conto di quanto importante
esso sia nella sua vita.
Cari lettori del nostro sito, ammetto che non è stato semplice scrivere queste righe, perché ci
sarebbe molto altro da dire riguardo all’esperienza vissuta e alla rilevanza che essa ha nel mio
cammino verso il Ministero Ordinato. Pensavo di concludere questa mia condivisione citando un
particolare del discorso missionario: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8).
In quanto esso riassume un po’ quello che il Mozambico mi ha insegnato durante questa piccola
esperienza di missione che ho potuto fare.