CHE COSA POSSIEDI CHE TU NON L’ABBIA RICEVUTO? – L’ordinazione diaconale di don Emanuele

“Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto?” (1Cor 4,7). È con queste parole, cari amici, che mi piace iniziare questo articolo, che spero potrà tenervi buona compagnia durante la vostra lettura. Se ho scelto di condividervi proprio questo versetto è perché, sin dai tempi delle prime timide righe che all’inizio del mio cammino vi rivolgevo, la domanda in esso contenuta non hai mai smesso di accompagnarmi, sino a divenire una radicata certezza, maturata negli anni con crescente convinzione. Come molti di voi sanno, il 15 maggio ho ricevuto l’ordinazione a diacono, ed è questo l’ennesimo, ricchissimo dono, di cui la Chiesa mi ha fatto parte: è solo l’ultimo, benché assai importante, di un’innumerevole serie e in esso è per me ancor più evidente come nella vita tutto sia dono di Dio.

Dopo avermi dato una comunità, dei fratelli, degli educatori, dopo avermi consegnato il libro delle Scritture e una patena per annunciare e condurre Cristo ovunque io mi trovi, ora la Chiesa che è in Vicenza affida alle mie fragili mani anche il libro dei Vangeli e con esso i poveri, affinché con carità mi impegni a servirli. È inevitabile da parte mia riconoscere che tutte queste cose, accanto a molte altre, non sono frutto di una faticosa conquista, ma doni straordinari affidatimi senza che io possa esibire alcun merito: tutto ciò proviene della grazia sovrabbondante di Dio, e più che vederlo come un possesso va compreso come una missione che proietta verso l’amore da cui ogni cosa trae la propria origine e il proprio senso ultimo.

Nel ripensare alle parole che nel giorno dell’ordinazione mi sono state rivolte e a quanto ho promesso, mi è chiaro di trovarmi innanzi ad un punto di partenza più che ad un punto d’arrivo: ad attendermi non sono certo giorni di riposo, come quelli che sono soliti seguire un traguardo tanto agognato, ma giorni di impegno, certamente anche di fatica. Mi piace tuttavia guardare con fiducia a quanto il Signore vorrà dare ai miei giorni, consapevole del fatto che la fatica della semina, se illuminata dalla presenza di Cristo, non è necessariamente sinonimo di tristezza, ma anzi si trasfigura: in essa già si cela in forma germinale un’alba di gioia (cf. Sal 126,5).

Cari fratelli e sorelle, non posso che ringraziarvi per la vostra vicinanza discreta e affettuosa, fatta di quella preghiera misteriosa ed umile che tanto compiace il Padre (cf. Mt 6,6) e di cui anche questa mia vocazione è il frutto. Da parte mia farò del mio meglio per onorare le vostre molte preghiere, che sono per me uno stimolo e un impegno a spendermi con generosità in questa missione che mi si spalanca davanti. Ogni bene nel Signore!

don Emanuele Billo

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