Lo scorso 5 febbraio è stato pubblicato il mio ultimo articolo intitolato Chiese abbandonate. Da abitare, dove mi immaginavo la situazione dei prossimi decenni con le nostre chiese vuote, a seguito della diminuzione dei fedeli, dei sacerdoti, nonché il venir meno della pratica religiosa. Soltanto un paio di settimane dopo, le nostre chiese si sono ritrovate improvvisamente vuote, prima nel Nord Italia, poi nel resto d’Italia e infine nel mondo intero o quasi; il tutto nel rispetto delle norme imposte dalle autorità civili al fine di limitare la diffusione del Covid-19.

È stato un evento improvviso, subito incomprensibile, proprio quando eravamo pronti per entrare nel tempo di Quaresima; vietate ogni celebrazione o incontro e quindi niente messa delle Ceneri, confessioni, messa delle Palme e ancora niente Triduo Pasquale e messa di Pasqua. Di fronte a questa situazione di emergenza, la Chiesa ha proposto soluzioni di emergenza ma allo stesso tempo semplici, valorizzando la preghiera in famiglia, la meditazione personale, la lettura della Parola e la partecipazione, anche se virtuale, alla messa in TV o in streaming.

Ormai entrati nella fase finale della quarantena, così spero, penso alla mia chiesa parrocchiale e alle altre chiese a me care, che sono rimaste vuote in queste settimane. Un vuoto che però si è riempito di riflessioni, maturazioni nella fede.

La chiesa vuota mi ricorda ancor di più come il vivere da cristiani non debba diventare un’abitudine, una routine, soprattutto e a partire dalla messa domenicale, dove, solo fino a prima del Covid-19, eravamo certi che una messa ci era sempre assicurata. Anzi, c’era una vastità di scelta tra orari, fra chi presiedeva, dove celebrare e perché no, dove terminare con uno spritz o un caffè.

Niente di male in tutto questo, ma penso a tutti quei milioni di cristiani per cui, ancora oggi, celebrare la messa non è un’abitudine, ma un’attesa, a volte di un’intera vita e a costo della vita. In quelle nazioni dove i cristiani sono in guerra, sono perseguitati oppure devono percorrere chilometri e chilometri a piedi prima di raggiungere la prima chiesa.

La chiesa vuota mi ha fatto comprendere come la carità da vivere in questa Quaresima fosse prima di tutto lo stareacasa, in nome della salute mia, di quella degli altri e della mia famiglia.

 

Non sempre è stato facile accettare questa imposizione, soprattutto per me dove la chiesa parrocchiale dista 3 chilometri, e perciò oltre i 200 metri fatidici, e per di più collocata in un altro Comune. Difficile, almeno nel giorno delle Palme e di Pasqua, non poter fare un salto in chiesa, anche solo per una preghiera! Siamo troppi ligi alle regole? Chiesa troppo debole? Scienziati presi troppo in considerazione? Non lo so, sarà la storia a giudicare a tempo opportuno. Di sicuro il buon Dio è stato l’unico a non rispettare la raccomandazione #iorestoacasa e ogni altro distanziamento sociale, per poter stare invece nelle case di ognuno di noi.

A sua volta la chiesa vuota mi ha aiutato a riscoprire l’importanza della famiglia e lo stretto legame con la fede.

 

Non a caso, il primo Cristianesimo è nato nel rifugio domestico, onde evitare le persecuzioni; come pure la nostra fede ha mosso i primi passi in famiglia, con le preghiere imparate tra le braccia dei genitori o dei nonni. In famiglia ho condiviso tutto il tempo e non solo un tempo di passaggio tra sabato e domenica; per quanto possibile con la famiglia ho cercato di pregare, di recitare un rosario, di seguire una messa in TV; a volte anche da solo, ma sempre in famiglia, dentro casa.

Nei prossimi giorni ci verrà comunicato come e quando si tornerà ad abitare le nostre chiese. Certo, non sarà come prima: forse troveremo le acquasantiere vuote perché l’acqua, seppur benedetta, può scientificamente essere veicolo di contagio; forse non potremmo stare più di un paio di persone per banco, magari dotati di mascherine e guanti. Ma non sono questi i cambiamenti significativi. Il vero cambiamento lo porteremo noi, anzi dobbiamo portarlo, con la nostra fede rinnovata in questo tempo di attesa, di silenzio, anche di paura, ma quanto mai desiderosi di rivivere il sacramento dell’Eucarestia, delle Confessione, di incontrare le nostre comunità e tanto altro. Forse dopo questa emergenza covid-19, nascerà uno spirito nuovo di vivere la nostra vocazione di cristiani e non si tratterà soltanto di riabitare le nostre chiese, ma di abitarle in modo nuovo perché con una fede rinnovata, ancora più spirituale, più povera ed essenziale.

Penso ancora alla mia chiesa parrocchiale. Dal giorno di Pasqua, sull’uscio della porta centrale è stata posizionata la statua del Cristo risorto, che negli altri anni invece si trovava nel presbiterio, a fianco dell’altare. Quest’anno, vista la situazione e magari con una motivazione puramente estetica, si è deciso una nuova posizionare, verso l’uscita, in modo da essere vista da tutti.

Al di là di questa immagine scultorea, penso proprio che il Risorto sia lì, su quell’uscio tante volte criticato perché divide i cristiani di dentro e di fuori; è lì che ci attende, desideroso di ri-vederci, di ri-abbracciarci; ci chiama e ci invita: Venite e vedrete (Gv 1, 39).