Proprio così! Dopo cinque faticosi anni probabilmente a giugno mi laureo! Ma partiamo un passo per volta.

Nel lontano 2015, quando ancora vivevo nella comunità vocazionale "il Mandorlo" mi sono laureato in ingegneria meccatronica, cinque anni bellissimi terminati con una tesi di laurea sulla riabilitazione robotica post ictus e poi? Beh, tante di quelle cose sono andate nel cassetto, ho iniziato la mia esperienza in seminario e di conseguenza a studiare teologia. 

Non ho mai smesso di studiare, e ad oggi vi assicuro ne sento la stanchezza, però devo ammettere che sia la laurea in ingegneria che il baccalaureato in teologia (almeno fino ad oggi) sono stati anni sudati ma di grande soddisfazione e conoscenza personale oltre che di formazione. Ma giustamente qualcuno mi dirà: «Non dire gatto se non ce l'hai nel sacco!». Effettivamente è vero, il baccalaureato non è già concluso, anzi mi aspettano i mesi più duri di studio e scrittura della tesi. Eppure sento comunque che questo periodo della mia vita sta volgendo al termine. Nel titolo dell'articolo ho inserito anche la parola COVID-19, non voleva essere un clickbait ma volevo condividere le mie riflessioni di questi giorni riguardo alla laurea e al tempo che stiamo vivendo. Già perché ad oggi non c'è grande sicurezza che tutte le date restino uguali, che effettivamente riesca a terminare il mio percorso di studi con i libri che non riesco a raggiungere in biblioteca, i miei quaderni che sono rimasti in seminario e io a casa. Sono questi alcuni pensieri che ho per la testa ma che penso intreccino anche i vostri vissuti in questo tempo così precario che ha mandato a monte tutti i nostri programmi e progetti. Anche per questo non continuo la mia rubrica "Una scelta per la vita (5)". Tutto è stato obbligato a cambiare, il nostro modo di relazionarci, il nostro modo di pregare, il quotidiano e tutto è stato ben farcito di paura di un ignoto futuro che non si sa bene come si svolgerà tra quarantena, casi positivi e malati (anche amici) che vivono il coronavirus. Vorrei partire da questo video per uno stimolo nuovo:

Il film da cui è tratto è Coach Carter e non sto qui a snocciolarvi la storia, ve lo consiglio.

La scena che ho riportato però richiama una situazione particolare. La squadra di pallacanestro della scuola era obbligata a non avere insufficienze dall'allenatore altrimenti si saltavano partite ed allenamenti. Perché tutto questo? Perché per l'allenatore era più importante il futuro dei ragazzi che la vittoria della squadra. Vincere il campionato poteva dare l'opportunità a qualche atleta di vincere una borsa di studio sportiva ma non a tutti un futuro sicuro fatto di formazione e lavoro. Quando però la squadra sta per vincere e l'allenatore chiude la palestra per gli allenamenti a causa di un scarso profitto scolastico il consiglio d'istituto obbliga alla riapertura. Per loro in questo caso contava la vittoria della squadra. Solo allora gli atleti decidono di non allenarsi ma continuare a studiare, inverosimilmente dove sono obbligati a stare: in palestra. Portano dei banchi e in quel pavimento in cui di solito sono abituati a passarsi la palla studiano. Al di là delle parole del ragazzo che il video ci consegna, e che cita Nelson Mandela, mi piaceva la creatività di portare avanti la propria attività scolastica in palestra.

Anche noi i questo tempo dobbiamo/possiamo reinventarci. Quando il quotidiano è stato stravolto da una quarantena non sempre ben accettata, quando tutti i nostri progetti sembrano andare in fumo forse non abbiamo altra soluzione che ripensarci. Ci sarebbe anche la possibilità di stare lì a pensare a quanta sfortuna abbiamo avuto, ma naaaa, non è il mio caso!

Mi piace in tutto ciò vedere come la fragilità delle nostre relazioni, del nostro vissuto, delle nostre sicurezze ci sconquassa e ci spiazza. Proprio in questa fragilità però ci si può vedere la bellezza. Per la tesi sto leggendo un libro intitolato "La fragilità di Dio". Si perché spesso quando sperimentiamo la nostra fragilità tiriamo in causa Lui (o con castighi dal cielo o con un dove sei? Perché ci fai tutto questo?). Il libro che vi citavo è stato scritto ad un anno dal terremoto in Emilia del 2012 e raccoglie una serie di riflessioni sulla relazione che Dio intrattiene con l'uomo proprio a partire da quegli eventi. L'autore dice in un passaggio:

«Del resto eventi come quello che abbiamo vissuto hanno il potere di farci sentire come siamo davvero: minuscoli, precari ma anche incredibilmente unici e irripetibili.»

Già, è proprio vero! Quella fragilità sperimentata ci mette nella posizione di rimboccarci le maniche. Siamo già subissati dai diversi programmi Tv di storie emozionanti (a volte romanzate) degli eroi che in questo periodo percorrono le diverse corsie ospedaliere e non ho nessuna intenzione di iniziare a fare un elenco anch'io anche perché a volte si rischia di voler tirar fuori il lato sentimentale ma dimenticarsi veramente il succo profondo. Quel che conta è che in questo tempo così precario abbiamo dovuto sperimentarci nuovamente. Chi nel proprio lavoro, rischiando la vita, chi a casa e in qualsiasi altra situazione. Non ha senso, ora, mettersi a stilare la classifica di chi è più eroe, per quanto voglio esprimere la mia solidarietà alle persone che sono costrette ad affrontare il pericolo più di altri.

Io a casa, sono tornato a vivere quel tempo in famiglia, a studiare tramite mezzi tecnologici, a portarmi avanti con la scrittura della tesi, a sentirmi ogni giorno con almeno tre amici così da non restare isolato ma continuare a tenere vive le relazioni. Sarò sincero: mi spaventa la possibilità di non potermi laureare a giugno ma sono contento di questo tempo perché mi pare dia a tutta la chiesa un volto nuovo in cui sperimentarsi. E forse, sempre citando il libro precedente, non è un po' come l'apocalisse mentre lo si vive il terremoto (o il coronavirus)? Ma un' apocalisse intesa con il significato greco del termine, quello di RIVELAZIONE.

Non voglio sembrare un motivatore, non voglio vedere il bicchiere mezzo pieno, voglio solo raccontarvi che non tutto il male vien per nuocere e che in fondo è il nostro stesso Dio che ce lo insegna. La situazione più fragile che io conosca è quella della croce. Una morte ignobile, insensata per un innocente. Eppure di fronte alla paura (Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato) e alla fragilità, c'è la buona notizia della salvezza. In quel evento drammatico c'è la gioia di un Dio che incontra l'uomo e lo Salva! A tal proposito mi piace l'immagine che si utilizzava nelle prime comunità cristiane. Il peccato non è altro che la distanza con Dio e Gesù con la sua morte in croce non fa altro che morire, scendere agli inferi, andare dove quella distanza è maggiore. Paradossalmente però è lo stesso Dio che raggiunge quella distanza, che abbrevia quel distanziarsi dell'uomo con il peccato e così facendo lo salva.

Buona quaresima a tutti, buon cammino in questo tempo particolare perché nella precarietà, nella fragilità si sperimenta la RESILIENZA che mi pare abbia molto il profumo della resurrezione.

 

P.S: Il libro che ho citato è B. SALVARANI, La fragilità di Dio. Contrappunti teologici sul terremoto, EDB, Bologna 2013.