Qualche settimana fa è stata resa nota la lettera di papa Francesco al presidente della Pontificia Accademia Ecclesiastica, nella quale il Santo Padre manifesta la sua intenzione di arricchire il curriculum dei presbiteri in formazione presso quell’istituto con un anno in missione. Tale esperienza riguarda questi preti, che un giorno entreranno in servizio diplomatico nelle diverse nunziature apostoliche, le quali rappresentano la Santa Sede nel mondo.

Di conseguenza codesta disposizione non ci riguarda direttamente come seminaristi. Però, in un certo senso dice qualcosa anche a noi, perché il nostro Seminario (come anche altri in Italia e nel mondo) da alcuni anni propone e consiglia a chi è in formazione nella Comunità di Teologia di vivere un’esperienza abbastanza lunga in un altro ambiente. Per cui quando ho letto questa notizia non ho potuto fare a meno di pensare ai nove mesi che ho vissuto al Villaggio SOS l’anno formativo 2016-2017.

Per chi non lo sapesse il Villaggio SOS di Vicenza è una struttura che ospita bambini, ragazzi e giovani adolescenti i quali hanno una famiglia che fatica a svolgere il proprio compito educativo e che quindi vengono accolti qui perché possano vivere felici e crescere serenamente in un ambiente familiare e amorevole. Per questo motivo codesti fanciulli risiedono in delle abitazioni con i loro fratelli se è possibile e con altri bambini che hanno più o meno la loro età.

Quando ho svolto questa mia esperienza di volontariato le case presenti nel Villaggio erano nove. Io ho vissuto questi nove mesi speciali in casa 8 con sette bambini, uno dei quali aveva quattro anni e gli altri quattro ragazzi e due ragazze ne avevano tutti o dodici o tredici. Con loro viveva un’operatrice stabile, chiamata “mamma SOS” ed era con questi piccoli giorno e notte, li assisteva e se ne prendeva cura proprio come fa una madre con i propri figli. Questa figura rilevante era aiutata da altri quattro educatori non residenti – altrettanto importanti – impegnati anche loro nel seguire con amore, nell’educare e nel crescere i ragazzi. Io vivevo con loro dal martedì fino al sabato mattina; in questi giorni la maggior parte delle mattinate frequentavo alcuni corsi di Teologia a Padova e i pomeriggi li trascorrevo con questi bambini e con i loro operatori. Giocavo con loro, li aiutavo quando facevano i compiti, li accompagnavo a fare gli sport che praticavano, o in altri posti a seconda dei loro bisogni e stavo in loro compagnia fino a quando non andavano a letto.

Da ottobre a giugno abbiamo vissuto insieme molti bei momenti. Come quando li ho portati a vedere il Seminario, il posto in cui ho frequentato le medie, le superiori e tuttora sono in Comunità di Teologia, oppure quando una domenica pomeriggio siamo andati al Laghetto di Camazzole e poi siamo passati per casa mia dove abbiamo fatto merenda; molte altre ancora sono state le situazioni felici passate con loro. Penso anche che uno dei momenti più belli trascorsi in compagnia era alla sera, quando cenavamo tutti insieme seduti attorno alla stessa tavola e – dopo aver sistemato le stoviglie e l’ambiente – ci sedevamo nei divani, dove giocavamo insieme alle carte o con qualche altro gioco, o qualche volta leggevamo insieme un libro di favole, oppure guardavamo i cartoni animati alla televisione.

Penso che porterò sempre con me i volti di quei ragazzi e dei loro educatori, perché queste persone in quei nove mesi mi hanno dato parecchio. Per questo ringrazio ancora oggi Dio per quest’esperienza che ho vissuto e per aver conosciuto la realtà del Villaggio SOS e chi vi abita ogni giorno.

Guardando a quest’esperienza dentro il cammino verso il presbiterato ed ascoltando anche chi come me ha vissuto un tempo fuori dagli schemi classici della formazione, penso che sia importante per un seminarista “uscire” un anno per osservare con occhi diversi le motivazioni che hanno spinto ad entrare in Seminario, rafforzarle e maturarne altre; le quali porteranno a vivere con maggiore consapevolezza gli anni di Seminario come un periodo di preparazione al ministero ordinato.