Tempo fa, in occasione di un campo cresimandi della mia parrocchia, ad Assisi, abbiamo portato i ragazzini ad incontrare una monaca clarissa. Uno di loro, finito il colloquio di gruppo, uscendo mi ha chiesto delucidazioni sulla “suora in gabbia”.

La mia prima reazione è stata quella di correggerlo, facendogli notare la differenza con lo zoo, ma, poi, mentre spiegavo le diversità, mi sono reso conto che, dal punto di vista materiale, effettivamente quella donna era una donna “prigioniera”, che si metteva in mostra per i visitatori. Quel ragazzino, con la spontaneità ancora esente dall’ipocrisia adulta, aveva colto il dato immediato, oggettivo.
Naturalmente, non ho reso partecipe il mio giovane interlocutore dei miei pensieri, ma mi sono sfidato ad andare oltre ogni spiegazione formale, oltre ogni “hanno scelto loro ... sono comunque in contatto con il mondo esterno ...”, etc. Insomma, che senso ha, al giorno d’oggi, una vita così separata? Può il Signore Gesù chiamare qualcuno ad un’esistenza fatta di nascondimento e di penitenza? La risposta a tali interrogativi mi si è manifestata durante una delle preghiere per le vocazioni, che si tengono, una sera al mese, nel monastero delle Carmelitane, in via Massimo d’Azeglio a Vicenza.
Nella piccola cappella si radunano molte persone da varie parti della Diocesi: il coro di una parrocchia del vicentino anima i canti, poi ci sono giovani, coppie, anziani, le monache dietro la grata, suore tra i fedeli, seminaristi. Si prega Dio perché mandi operai in tutte le sue vigne, perché mandi preti, sposi e genitori, giovani impegnati, consacrati. In quell’occasione, si può vedere una piccola porzione di Chiesa che prega per le vocazioni della Chiesa intera. Tutti pregano per tutti. Come ad ogni incontro il protagonista della serata è il Signore Gesù, collocato in un ostensorio sull’altare. Per un’ora è come se le grate non ci fossero, è come se si creasse un abbraccio dei vicentini al Signore veramente presente tra noi. Poi la veglia finisce e Cristo ritorna nel tabernacolo, che è incastonato nella grata. Una di quelle sere, una sera come le altre, ho alzato lo sguardo un po’ più in alto, proprio in corrispondenza del tabernacolo, ed ho (ri)letto l’ultima promessa fatta dal Signore ai suoi discepoli e riportata sull’austero muro: “Io sono con voi”.
Finalmente la risposta tanto attesa. Quelle, che effettivamente sono sbarre, simboleggiano, ciascuna, uno dei molti tipi di vocazione che esistono nella Chiesa. Solo se Cristo trova spazio tra noi, solo se Dio abita nel complesso reticolo delle nostre vite, persino le grate diventano strumenti di libertà e di piena realizzazione umana. La stessa cosa accade quando una gemma di inestimabile valore viene incastonata in una rozza corona di metallo: ognuna delle nostre misere qualità si trasforma nel supporto da cui risplende la gloria di Cristo, il Signore delle vocazioni.