In questi mesi la prassi del celibato sacerdotale è tornata ad essere al centro del dibattito ecclesiale a seguito del Sinodo Panamazzonico, nel quale è stata oggetto di discussione la possibilità di ordinare presbiteri anche diaconi permanenti sposati o addirittura uomini sposati con fede matura e notoria integrità di vita (i cosiddetti “viri probati”) in quelle comunità isolate che risultano difficilmente raggiungibili. Inoltre, in questi ultimi giorni, il dibattito si è ulteriormente acceso dopo la pubblicazione di un discusso libro scritto del cardinale Sarah. A questo si aggiunga che, a seguito dei recenti scandali legati agli abusi sessuali su minori, taluni hanno visto nel celibato sacerdotale un fattore che ha aumentato l'incidenza di casi di questo vergognoso delitto fra alcuni chierici. Il celibato, in ogni caso, rimane una questione che sembra suscitare ancora una notevole attenzione e che non manca di provocare accese polemiche, sia all’interno della Chiesa sia al di fuori; è chiaro che richiederà anche nei prossimi anni una serie di più approfondite riflessioni in merito alla sua natura e all'opportunità di mantenerne la obbligatorietà.

Al di là di una possibile riforma futura della prassi attuale, per noi seminaristi il tema del celibato resta un argomento fondamentale e delicato della nostra formazione, dato che ci stiamo ponendo nella prospettiva di accogliere questo modello di ministero. Nella nostra riflessione è importante affrontare non solamente l'ambito della nostra sessualità ma l'ambito ben più ampio della nostra affettività: il nostro modo di relazionarci agli altri nel suo complesso va esaminato, accompagnato, valorizzato. Il fine di questo percorso di maturazione umana è quello di liberare le nostre relazioni da qualsiasi forma di dominio e possessività sugli altri e farne lo spazio per una reciprocità piena ed autentica.  

Recentemente abbiamo avuto l'opportunità di fare diversi incontri incentrati sulla dimensione della affettività. In uno degli ultimi appuntamenti don Stefano Guarinelli, presbitero della diocesi di Milano e psicoterapeuta, ci ha ricordato due elementi importanti per considerare il nostro celibato e che ho trovato interessanti. Il primo è che noi non stiamo scegliendo semplicemente il celibato, ma il celibato per il Regno. Il nostro essere celibi non è significa essere dei “single” che, senza impegni famigliari, hanno più tempo a disposizione per gli impegni pastorali. Il nostro celibato è per il Regno nel senso che esso è conformato alla attesa del Regno, dello Sposo che viene ad incontrarci: è una forma di vita profetica che annuncia che la nostra pienezza ci attende nel più profondo della vita, lì dove incontriamo la presenza del Crocefisso Risorto. Desiderosi di ritrovare il nostro Amato, siamo consapevoli che egli ci raggiunge attraverso l'incontro con gli altri nel servizio: lì dove doniamo la nostra vita nell’amore, Lui ci sta aspettando. 

Inoltre il nostro celibato per il Regno non pone al centro la continenza, ovvero l’astenersi da ogni atto sessuale, quasi che fosse meramente uno sforzo ascetico di purificazione, uno esercizio volontaristico contro i bisogni del corpo. Innanzitutto e soprattutto il fine del celibato è la castità, che è l'apertura vitale alla relazione gratuita. Essa è una virtù richiesta a tutti i cristiani, sia celibi che sposati. Infatti con castità si intende la volontà di vivere qualsiasi relazione liberi da ogni possessività e prevaricazione; castità è desiderare che gli altri siano ciò che sono, che essi si esprimano e si sviluppino nella loro autenticità, senza la pretesa che essi si conformino alle nostre volontà o ai nostri bisogni. La continenza, cercata con gradualità e pazienza, non è fine a sé stessa ma è lo strumento attraverso cui divenire sempre più casti: l’altra persona così non sarà più vista come qualcosa da conquistare e dominare ma si mostrerà a noi come il dono da accogliere nella sua bellezza e unicità.  

Il celibato sacerdotale, dunque, può essere una meravigliosa opportunità solo se si configura come una via attraverso cui il prete può crescere nella sua disponibilità a donarsi; attraverso cui viene spogliato dalla tentazione di fare del suo ministero un privilegio, un pretesto per esercitare potere e dominio (su di sé e sugli altri); attraverso cui è reso sempre più esposto a spendersi nell’amore, come il Signore Gesù.