Mi pare di vedere la tua faccia un po’ perplessa, caro lettore, che ti sei imbattuto nel titolo qui sopra e ti sei deciso per affrontare questo articolo. Tranquillo, anche io la prima volta in cui ho sentito parlare di Anglicanorum coetibus non avevo la minima idea di cosa fosse; se, però, ti concederai di assecondare la tua curiosità iniziale, potrai conoscere una realtà della Chiesa particolarmente vivace e stimolante. Ma procediamo con ordine.

Come ogni storia che si rispetti, tutto inizia con un re ed una regina ... sì, sono serio, non è una fiaba! Enrico VIII, regnante sull’Inghilterra all’inizio del XVI secolo, era uomo dai robusti appetiti sessuali, che non riusciva a soddisfare entro i limiti del matrimonio; fino a qui nulla di strano, trattandosi di una costante degli uomini di potere: il problema è che la moglie non aveva ancora partorito un erede maschio. Pertanto, il Re si era riscoperto fine teologo ed aveva deciso che il suo legame con Caterina d’Aragona non era valido e, a tal riguardo, aveva chiesto che il papa dichiarasse la nullità del matrimonio; il pontefice, però, la pensava diversamente e, così, a forza di discutere, Enrico VIII trovò la soluzione più semplice: visto che Roma non lo ascoltava, lo avrebbe ascoltato la porzione di Chiesa che si trovava nel suo regno e, detto fatto, procedette, nel 1534, ad uno scisma di Stato. Come prevedibile, praticamente tutti gli ecclesiastici riconobbero in Enrico VIII il capo della nuova Chiesa. Ecco nata la Chiesa d’Inghilterra: essa si espanse nel mondo, seguendo le fortune militari dell’impero inglese e, progressivamente, divenne una vera e propria comunione di varie province ecclesiastiche.

Tuttavia, nel corso dei secoli, non mancarono i tentativi di riconciliazione con Roma ed è qui che si inserisce la vicenda della costituzione apostolica Anglicanorum coetibus (AC). Nel 2009, infatti, l’allora papa Benedetto XVI promulgò questa normativa, che si rivolge a tutti quegli anglicani che desiderino entrare in comunione con la Chiesa cattolica. Il testo non è di semplice lettura e richiede una certa preparazione per la comprensione, come tutto quello che riguarda la legge della Chiesa, ossia il diritto canonico.

Ciò non toglie che, nei confronti di AC, sia stato detto tutto ed il contrario di tutto: diversi commentatori hanno gridato allo scandalo, ritenendo che fosse ingiusto che solo gli ex anglicani potessero continuare a fare i preti, anche se sposati. Poi si sono aggiunti gli ecumenisti più intransigenti, che hanno sostenuto che AC tradiva il Vaticano II, poiché non si potrebbe più pretendere che un cristiano non cattolico debba abbandonare la propria confessione religiosa per ricongiungersi a Roma. Ed assieme a loro sono intervenuti alcuni tradizionalisti, solerti nel mettere in dubbio che si potesse parlare di vere conversioni al cattolicesimo, proprio perché AC preservava alcune tradizioni anglicane (tra le quali, quella del clero coniugato, chiaramente). Anche da parte anglicana non sono mancate reazioni di ostilità e, tra di esse, pare vincere il premio per l’icasticità quella che ha descritto AC come un carro armato che papa Ratzinger avrebbe parcheggiato sul prato della residenza dell’arcivescovo di Canterbury (la suprema carica dell’anglicanesimo). A ciò si aggiunga che, da decenni, teologi e canonisti sono divisi in fazioni particolarmente agguerrite, proprio in relazione alla possibilità di prevedere la cura spirituale su base non territoriale: non c’è accordo, in altre parole, se siano veramente ammissibili strutture di governo dei fedeli diverse dalle classiche diocesi locali e, soprattutto, circa la loro natura (sono chiese particolari come, ad esempio, la diocesi di Vicenza?). Chiaramente, in un siffatto contesto, l’arrivo di AC non ha fatto altro che ravvivare l’antica contesa ed, anzi, la previsione di una nuova normativa, specifica per i fedeli ex anglicani, pare aver aggravato le discussioni.

In realtà, tutte le critiche ad AC sono accomunate da un unico fattore, ossia quello di non aver considerato che si tratta di una soluzione decisamente provvidenziale: infatti, Benedetto XVI si è limitato a prendere atto di una situazione di malessere in seno all’anglicanesimo, rispondendo ad una serie di richieste di ricomposizione dell’unità tra Roma e la sede di Canterbury. Giova ricordare che, già sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, il dialogo si era fatto intenso, ma, negli ultimi anni, si è assistito ad una vera e propria escalation di tensione nella comunione anglicana. Per quale motivo? Gli ambiti di conflitto sono plurimi: la progressiva estensione anche alle donne dell’ammissione agli ordini sacri (episcopato compreso); la benedizione delle unioni omosessuali (con addirittura, in certi casi, la celebrazione di veri e propri matrimoni tra coppie dello stesso sesso); la presenza di ministri sacri con partner omosessuali; etc. Tutto ciò ha portato, nel corso degli ultimi vent’anni circa, ad una sempre maggiore incomprensione in seno all’anglicanesimo, tra i favorevoli alle innovazioni ed i contrari; il dissenso si è fatto marcato specialmente tra il nord del mondo e l’Oceania, da una parte, e il sud, dall’altra, per cui le province ecclesiastiche più sviluppate hanno portato avanti un’agenda religiosa di progressiva innovazione, mentre quelle meno ricche (specialmente quelle africane) si sono opposte in modo sempre più marcato.

Così, in questo clima di disorientamento per le continue novità e tensioni, Roma è stata più volte contattata, negli ultimi 15 anni, da gruppi di anglicani che hanno chiesto di avviare trattative per il ritorno in comunione con la Chiesa guidata dal successore di Pietro. Ecco la cornice in cui è nata AC: essa prevede che i fedeli anglicani possano convertirsi al cattolicesimo sia in gruppo che singolarmente, proprio per consentire loro di preservare alcune tradizioni liturgiche e pastorali della fede di origine. La dimensione comunitaria viene tutelata proprio per il tramite degli ordinariati personali: si tratta di strutture di governo dei fedeli che decidono di prendervi parte e che sono simili alle diocesi che conosciamo, ma non identiche. Sì perché, ad esempio, il vescovo di Vicenza ha la cura spirituale dei cattolici che vivono entro i confini della diocesi berica, ma non di quelli che vivono a Padova, piuttosto che a Bologna. Invece, il corrispettivo di un vescovo previsto da AC è l’ordinario personale che, per l’appunto, si occupa di governare tutti quei fedeli che possiedano il requisito personale – e non territoriale, dunque – di avere un “passato” anglicano. Ti domanderai, caro lettore, perché gli ex anglicani non possano, una volta convertiti, diventare fedeli della loro diocesi territoriale, come tutti coloro che passano al cattolicesimo. In realtà, va detto che non c’è un obbligo, per il fedele ex anglicano, di aderire all’ordinariato personale; si tratta, semplicemente, di una possibilità offerta, di uno strumento ideato proprio per preservare il patrimonio spirituale di provenienza che, altrimenti, rischierebbe di non venire più coltivato, nelle parrocchie territoriali.

Complicato, eh?!? Se vuoi continuare ad approfondire il tema di AC, ti lascio il link alla normativa (http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/apost_constitutions/documents/hf_ben-xvi_apc_20091104_anglicanorum-coetibus.html) e mi limito a considerare brevemente il tema del celibato ecclesiastico. Sì, perché è vero che AC prevede che possano essere ordinati preti anche uomini sposati. Principalmente, tale disposizione è pensata per consentire a quei ministri anglicani già sposati di poter continuare ad esercitare la cura delle anime, una volta convertiti al cattolicesimo. A tal proposito, si deve ricordare che, per Roma, le ordinazioni anglicane sono invalide: esemplificando, ciò significa che, dal punto di vista ministeriale, non c’è differenza tra l’arcivescovo anglicano di Canterbury e l’anziana signora che, la domenica, mette il cappellino e va a giocare a bridge con le amiche, in un ridente paesino del Lancashire; l’unica diversità è che l’anziana signora non potrà certamente diventare prete cattolico, mentre l’arcivescovo di Canterbury, dopo la conversione, potrà essere ordinato diacono e poi prete. Il perché di tutto ciò è una questione vecchia di secoli, per la quale ti riporto il link ad una sintesi veramente ben fatta (http://www.eurit.it/Eurplace/diba/cultura/uffizio/2.html).

Posso immaginare che, di fronte a questa disciplina specifica per gli ex anglicani, ti sorga spontaneo chiederti, caro lettore, se non sia una discriminazione, rispetto al resto della Chiesa latina, ove vige la regola che gli uomini sposati non possano divenire preti. Potremmo iniziare una riflessione accademica, ma penso sia bene evitare di ragionare in astratto e, piuttosto, immaginare un caso concreto. Per un attimo, proviamo a pensare ad un parroco anglicano di mezza età, sposato e con figli, che si scopre insoddisfatto delle sempre più frequenti innovazioni della sua confessione religiosa: seppur con molte resistenze, costui si rende conto che solo nella comunione con Roma risiede la pienezza della verità cristiana e, quindi, intraprende un cammino di conversione. Ebbene, proviamo ad immaginare cosa proverebbe quest’uomo, da decenni impegnato nella cura delle anime, a dover scegliere se continuare a svolgere il ministero del prete abbandonando la famiglia (per poter, così, essere ordinato), o se rimanere con la propria famiglia, dovendosi però cercare un nuovo lavoro. Ciò che, a prima vista, appare come una discriminazione in realtà costituisce una misura di equità ed ha, alla fine, lo scopo di favorire il bene delle anime, rimuovendo tutti quegli ostacoli che potrebbero frenare le conversioni. Risulta sempre vero, insomma, il monito di Chesterton: «Di fronte al convertito si deve tenere presente che una parola sciocca rivoltagli da qualcuno che si trova entro la Chiesa può fare più male di mille parole sciocche dette da persone estranee alla Chiesa».

Ma veniamo all’oggi: in occasione dei 10 anni dalla promulgazione di AC, si è tenuto a Roma, presso l’università Gregoriana, un convegno proprio per “fare il punto” ed io ho avuto la possibilità di parteciparvi, nel solco di un interesse nato in occasione della mia tesi di laurea in Giurisprudenza su questa costituzione apostolica. Dal 2009, comunque, sono cambiate molte cose. Innanzitutto, AC è stata applicata in modo efficace e, così, sono sorti tre ordinariati personali: uno nel Regno Unito, uno nel nord America ed uno in Australia (con due comunità in Giappone!). I convertiti continuano, infatti, ad affluire numerosi e motivati ed è stato approvato un messale specifico per la loro liturgia, formato a partire dal patrimonio anglicano. Non trascurabile è anche il fatto che sia cambiato il papa, ma ciò non pare aver rallentato la corsa di AC, anzi: a due riprese, Francesco ha apportato delle modifiche alla normativa, riconoscendo l’utilità di quest’ultima per la Chiesa ed ampliandone l’applicazione.

Nel corso del convegno, però, sono emerse anche le difficoltà: così, l’ordinariato australiano sconta il problema di un’età media dei seminaristi molto alta, mentre l’ordinariato inglese soffre la carenza di edifici, stante l’alto costo dei terreni; in America, invece, si fa sentire la differenza tra i preti, che provengono da realtà anglicane estremamente diverse tra loro. È stato, comunque, interessante poter vedere e sentire, in un’unica stanza, coloro che, da dieci anni, sono impegnati ad attuare, nelle più disparate zone della Terra, quanto previsto da AC. In particolare, è emerso, da più interventi, il tema dei rapporti con l’anglicanesimo: infatti, sarebbe inopportuno che la Chiesa cattolica si limitasse a svolgere un’opera di raccolta di persone insoddisfatte; occorre anche proseguire sulla strada del dialogo ecumenico, nell’ottica del raggiungimento della piena unione tra i cristiani.

Eppure, il confronto con gli anglicani risulta sempre più complesso e ciò è dovuto proprio alle continue innovazioni in seno a tale confessione cristiana. La stessa commissione bilaterale di dialogo tra Roma e Canterbury ha visto, nel corso degli ultimi decenni, aumentare le difficoltà, ma, in ultima analisi, si tratta di un problema di autorità. Tale tema ha accompagnato da sempre i rapporti tra cattolicesimo ed anglicanesimo e mette in luce l’esigenza di capire in forza di quale criterio si arrivi a decidere, ad esempio, che una donna possa essere ordinata vescovo o che un re possa diventare capo della Chiesa. Si potrebbe rispondere che ciò dipende da quanto è scritto nella Bibbia, ma si ripresenterebbe, comunque, il problema di chi abbia l’autorità per dare l’interpretazione autentica della sacra Scrittura e dire, così, cosa sia conforme alla fede cristiana e cosa no. Non è questa la sede per dilungarsi ancora sul tema ecumenico, ma ti voglio lasciare, caro lettore, con le parole di Mary Ward, una cattolica inglese nata nel secolo dello scisma: «Non togliere ad alcuno ciò che egli ama a meno che tu non gli dia in cambio qualcosa che egli ami ancora di più».