Sono Daniele, al secondo anno di teologia. Da due anni vivo l’esperienza della visita agli ammalati all’ospedale di Vicenza, difronte al seminario.

La maggioranza dei seminaristi è coinvolto in questo servizio che avviene per la maggior parte di noi ogni due settimane. Si tratta di una semplice visita alle persone ricoverate. Una parola, se c’è il desiderio una preghiera.  A ciascuno è affidato un reparto. Da settembre vado nel reparto di neurochirurgia. La ritengo una piccola fessura tra la vita ben scandita, chiusa e autosufficiente del seminario e la vita ferita, colta senza preavviso, sofferente e bisognosa di altri. Altri di altri luoghi, altri contesti, altre lingue. Altri di altre religioni. Io ci sto volentieri in questo varco. A fatica, certo, ma volentieri.  Gli incontri che faccio scardinano la mia piccola quotidianità ordinata e bastante a sé. Gli incontri che faccio mi consegnano la fragilità della vita, la sua precarietà costante. Mi obbligano a riconsiderare, relativizzare il peso che do al piccolo punto dal quale guardo il mondo. Le domande che stanno al centro della mia giornata si trasformano. Ecco che per noi seminaristi diventa un luogo, seppur piccolo, di trasformazione, quindi di vita. Un luogo dove la vita si concentra, si fa più densa. Sarebbe bello raccontarvi di molti volti, storie.. sarebbe bello raccontarvi degli intrecci avvenuti.. si, ce ne sono stati..

Mi lascio e vi lascio così, con una provocazione: quali luoghi di densità di vita possiamo coltivare nella nostra settimana? Quali le bricioline di pane da conservare per non morire di fame? Quali luoghi, quali incontri? Come incontro?  Come regalare il proprio tempo dentro questa vita ben scandita, ordinata, piena e veloce?