Lunedì 26 e martedì 27 novembre il nostro Seminario ha accolto padre Fabrizio Calegari, missionario del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere) e visitatore missionario dei Seminari.

 In questi due giorni p. Fabrizio ha condiviso con noi bei momenti nei quali ci ha dato testimonianza della sua esperienza di padre missionario in Bangladesh. Sono stati incontri semplici, ma nei quali con molta spontaneità egli ci ha trasmesso una grande passione per Gesù e il suo Vangelo.

Lunedì sera, dopo la S. Messa e la cena, ci siamo incontrati con p. Fabrizio dove, anche tramite delle foto fatte da lui, ci raccontato della sua esperienza in Bangladesh. È stato bello ascoltare le sue parole, vere e sentite, che sgorgavano dal suo cuore conquistato dal Vangelo di Gesù Cristo. Si percepiva che in quello che diceva c'era verità, perché quello che ci ha raccontato, non sono state tante teorie o sue idee, ma specialmente fatti, incontri, dialoghi che aveva vissuto personalmente e che gli avevano fatto gustare la presenza dell'Emmanuele, Dio-con-noi. Lì in Bangladesh, ci ha detto, ha fatto esperienza della paternità, da lui vissuta come un dare una chance di crescere ai ragazzi che non ce l'avevano. Ecco, infatti, che gli anni di missione lì in Bangladesh, dove non vede l'ora di tornare, gli ha vissuti principalmente dal punto di vista dell'educatore, dedito a gestire e ad accogliere giovani ragazzi privi di istruzione e/o orfani. Un altro aspetto molto bello e vero che è emerso è stato quello dell'affidarsi e dell'affidare. Affidarsi al Signore sempre. Ci ha raccontato della sua difficoltà, nel 1996, quando ha dovuto partire per la missione. Per i preti missionari la partenza, oltre all'ordinazione, è uno dei momenti più importanti e nel contempo più difficili perché non ci si sente mai pronti. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna (Mt 19,29). Citando questo versetto del Vangelo di Matteo, p. Fabrizio, ci ha invitati a credere sempre e fermamente nella Vita Eterna, sicuri nella presenza costante di un Dio che non abbandona mai. Dopo l'affidarsi, c'è l'affidare, ovvero il rendersi conto di non essere “Super-man”. Ci ha raccontato del come, soprattutto all'inizio, a causa della difficoltà della lingua bengalese, si chiedesse spesso: “Che cosa passerà del Vangelo a coloro ai quali lo annuncio?”. In quei momenti si è reso conto che, fatto tutto il possibile, è necessario e giusto affidare al Signore la crescita della “semente” seminata.Al termine gli è stato chiesto, da parte nostra, come vede la situazione della Chiesa in Italia. Spontaneamente ci ha detto che lui sente un'Italia priva di slancio missionario, nella quale la pastorale è ferma e annacquata da molti anni. Però ci ha invitati a guardare a questo nostro tempo, come a un tempo di grazia, nel quale ricominciare dal primo annuncio, facendo vedere al popolo, assetato di Cristo, la bellezza e la potenza che il Vangelo porta con sé. La necessità è quella di far fare ai cristiani un cammino di fede serio che torni alla radice e all'essenza. 

Un altro momento intenso e significativo è stato quello della Lectio Divina del martedì sera, che abbiamo chiesto a lui di condurre. Partendo dal passo di Mt 13,44-46, ci ha stimolati a riscoprire la Gioia del mettersi alla sequela di Cristo. È Gesù il tesoro trovato nel campo, è Gesù la perla preziosa. Dall'incontro con Gesù scaturisce una gioia di senso per la propria vita, talmente grande, che non si riesce a trattenerla e diventa spinta ad annunciare il Vangelo sempre e dovunque.