“Sperimentare la fragilità e vivere il proprio morire”: questo il tema affrontato dal laboratorio del Secondo Annuncio, tenutosi all’inizio di luglio nella suggestiva cornice di Santa Cesarea Terme, in terra pugliese.

Probabilmente, di primo acchito, è naturale rimanere un po’ disorientati leggendo le parole “Secondo Annuncio”, ma in realtà il termine descrive un processo meraviglioso che è già in atto nella chiesa, anche nella nostra chiesa di Vicenza, e che tacitamente, scegliendo la via del quotidiano e dell’ordinario, riesce a farsi portatore di una buona notizia che è invece straordinaria: Gesù è risorto! Dunque il Secondo Annuncio si propone di mediare nell’ordinarietà la novità straordinaria e sovversiva del kerygma, conservandone la freschezza e la portata dirompente; se il compito del primo annuncio è di annunciare a chi non conosce il Vangelo, quello del secondo annuncio è di farlo “sentire buono” a chi lo ha incontrato male. Questa intuizione, sviluppata e concretizzata negli anni da fratel Enzo Biemmi, nasce dalla consapevolezza che spesso la vita cristiana non è percepita come umanizzante, e per tale motivo, allora, non è neanche desiderabile. È dunque un’urgenza mostrare il volto di un Dio “desiderabile”. 

Quest’anno i quasi 150 partecipanti, provenienti da più di 40 diocesi italiane, hanno accostato il delicato tema della sofferenza e della morte, e tra essi vi ha preso parte anche una nutrita delegazione vicentina. Tra le esperienze che gli addetti ai lavori si sono soffermati ad ascoltare e analizzare, vi è stata anche quella dei gruppi G.A.M.A. (gruppo di auto e mutuo aiuto), coordinati dalla dott.ssa Viviana Casarotto, che da anni svolgono un prezioso servizio nella nostra diocesi a sostegno di persone e famiglie che hanno sperimentato da molto vicino la fragilità e il dolore per la morte di un figlio, di una moglie, un marito o di qualche caro. 

Durante la settimana molte sono state le testimonianze e i contributi biblici, teologici ed esistenziali che hanno permesso ai partecipanti di addentrarsi, in punta di piedi e profondo rispetto, nel mistero dell’umano soffrire, fino a scoprirsene intimamente abitati. Non si è trattato semplicemente di un lavoro analitico e distaccato; il laboratorio ha richiesto di mettersi in contatto in prima persona con la propria esperienza del limite, con la propria ricerca di senso, consapevoli del fatto che da tale ricerca possono scaturire due possibili esiti: la disperazione o la speranza. E la speranza non è esclusiva di chi ha una fede, ma è propria di chiunque abbia vissuto la propria vita donandola.   

A motivo della nostra speranza, che trova fondamento nel Dio della vita, nel Signore Gesù Cristo morto e risorto, non possiamo sottrarci dall’annunciare con passione: "credo nella risurrezione della carne e nella vita eterna". Siamo nel kerigma pasquale.